




La gioia di scrivere (1945-2009) · Adelphu · 2009 · Traduzione di Pietro Marchesani
Nulla due volte muove da un’affermazione categorica: nella vita niente può ripetersi nella stessa forma. Non esistono prove generali, seconde possibilità perfettamente identiche o occasioni nelle quali rifare un’esperienza conservando intatte le condizioni della prima. Arriviamo al mondo senza preparazione e lo lasciamo senza avere imparato a viverlo una seconda volta.
Pubblicata per la prima volta nel 1955 e poi inclusa in Wołanie do Yeti nel 1957, la poesia appartiene alla fase in cui Wisława Szymborska comincia a definire con maggiore chiarezza la propria voce: una scrittura che parte da un’idea apparentemente semplice e ne segue le conseguenze fino a trasformarla in un paradosso.
L’irripetibilità viene inizialmente presentata quasi come una legge universale. Nessun giorno può ricopiare quello precedente; nessuna notte può ricostruire esattamente un’altra notte; persino due baci tra le stesse persone appartengono a momenti differenti. Il tempo non si limita a trascorrere: modifica continuamente chi vive al suo interno.
Szymborska esprime questa idea attraverso immagini quotidiane, lontane da qualsiasi solennità filosofica. La vita è paragonata ironicamente a una scuola nella quale non esistono ripetenti né corsi di recupero. Perfino la persona più inesperta non può ripetere l’anno: la materia viene affrontata una volta sola. Dietro la leggerezza dell’immagine si avverte una condizione radicale. Ogni scelta avviene senza poter conoscere davvero ciò che produrrà.
A metà del testo, la riflessione generale entra dentro una relazione amorosa. Il nome della persona amata, pronunciato il giorno prima, irrompeva nella stanza come una rosa entrata da una finestra aperta. Lo stesso nome, il giorno seguente, quando i due sono finalmente vicini, provoca invece una reazione diversa. Il sentimento non possiede una forma stabile: cambia insieme alle circostanze, alle attese e agli esseri umani che lo provano.
Anche l’immagine della rosa è sottoposta a dubbio. La poesia domanda quasi scherzosamente che cosa sia davvero: un fiore oppure una pietra? Ciò che in un momento appare vivo, leggero e desiderabile può diventare pesante o incomprensibile. Szymborska evita così di trasformare l’amore in una certezza assoluta. Persino le immagini romantiche dipendono dal tempo e dallo sguardo che le interpreta.
La cosiddetta “ora cattiva” viene invitata a non aggiungere paura al dolore. Se esiste, dovrà necessariamente passare; e proprio il fatto che passerà contiene una forma di consolazione. È uno dei passaggi più caratteristici della poesia di Szymborska: la stessa legge che rende impossibile trattenere la felicità impedisce anche all’infelicità di durare per sempre.
Il movimento del testo conduce infatti verso una possibile riconciliazione. I due protagonisti, sorridenti e parzialmente abbracciati, cercano un accordo pur restando differenti. L’abbraccio non cancella la distanza, e l’accordo non coincide con una fusione completa. L’avverbio implicito nell’immagine — essere soltanto “a metà” abbracciati — conserva una lieve esitazione: la vicinanza è reale, ma rimane fragile e incompleta.
Il verso conclusivo affida questa idea a una similitudine memorabile. I due amanti differiscono “come due gocce d’acqua pura”. L’espressione rovescia il proverbio secondo cui due gocce d’acqua sarebbero indistinguibili. Guardate davvero, anche le gocce possiedono una forma, una posizione e una storia irripetibili. La somiglianza non elimina l’unicità.
La forza di Nulla due volte dipende anche dalla sua costruzione regolare e cantabile. Le strofe brevi, le rime e il ritmo quasi da filastrocca rendono immediata una riflessione complessa. Szymborska non separa il pensiero dalla leggerezza: usa una forma apparentemente semplice per mostrare quanto sia instabile ogni definizione.
Wisława Szymborska nacque il 2 luglio 1923 a Prowent, località oggi compresa nel comune di Kórnik, nella Polonia occidentale. Dal 1931 visse a Cracovia, città alla quale rimase legata per tutta la vita. Durante l’occupazione nazista frequentò corsi clandestini, organizzati per aggirare il controllo tedesco sull’istruzione polacca; nel dopoguerra studiò letteratura polacca e sociologia all’Università Jagellonica, senza tuttavia completare il percorso universitario. Nel marzo 1945 pubblicò la sua prima poesia, Szukam słowa ( Cerco una parola ), sul quotidiano Dziennik Polski . Nel 1948 sposò il poeta Adam Włodek e si trasferì con lui in una casa collettiva destinata agli scrittori. Il matrimonio terminò nel 1954, ma i due conservarono un rapporto di amicizia. Le sue prime raccolte, Dlatego żyjemy ( Per questo viviamo , 1952) e Pytania zadawane sobie ( Domande poste a me stessa , 1954), risentono del realismo socialista imposto dalla cultura ufficiale della Polonia stalinista. Szymborska prese successivamente le distanze da quei libri, che non volle includere nelle raccolte delle proprie opere. La svolta arrivò con Wołanie do Yeti ( Appello allo Yeti , 1957), dove comparve una voce più libera, ironica e diffidente verso ogni sistema che pretenda di spiegare interamente il mondo. Per molti anni lavorò nel settimanale culturale Życie Literackie , prima nella redazione poetica e poi come autrice di una rubrica dedicata ai libri. Da quelle recensioni nacquero le prose di Lektury nadobowiązkowe , pubblicate in Italia con il titolo Letture facoltative . Fu anche traduttrice, soprattutto di poesia francese. Alla vita letteraria pubblica preferiva però una dimensione appartata: pubblicò relativamente poco, sottoponendo ogni testo a una revisione severa. La sua poesia parte spesso da oggetti comuni, incontri casuali, animali, fotografie o piccoli incidenti del linguaggio per interrogare questioni molto più vaste: il tempo, la storia, la morte, l’identità e il ruolo del caso. Lo fa evitando il tono profetico e mantenendo uno sguardo mobile, capace di mettere in dubbio persino le proprie conclusioni. L’ironia, nei suoi versi, non attenua la gravità degli argomenti: serve piuttosto a impedire che il pensiero si irrigidisca in una formula definitiva. Dal 1969 fu legata allo scrittore Kornel Filipowicz, con il quale condivise oltre vent’anni senza convivere stabilmente né sposarsi. La morte di lui, nel 1990, lasciò una traccia profonda nella raccolta Koniec i początek ( La fine e l’inizio , 1993), che comprende anche la celebre Il gatto in un appartamento vuoto . Nel 1996 ricevette il Premio Nobel per la Letteratura per una poesia capace, secondo l’Accademia svedese, di illuminare con “ironica precisione” il contesto storico e biologico dell’esperienza umana. Continuò a scrivere fino agli ultimi anni, pubblicando tra le altre raccolte Attimo , Due punti e Qui . Morì a Cracovia il 1º febbraio 2012.