Innamorato della Palestina di Mahmoud Darwish — slide 1 · Troppa Poesia
Innamorato della Palestina di Mahmoud Darwish — slide 2 · Troppa Poesia
Innamorato della Palestina di Mahmoud Darwish — slide 3 · Troppa Poesia
Innamorato della Palestina di Mahmoud Darwish — slide 4 · Troppa Poesia

Mahmoud Darwish

Innamorato della Palestina

Un innamorato della Palestina · 1966

  • NOVECENTO
  • LINGUA ARABA
  • GUERRA

Testo della poesia

I tuoi occhi sono una spina nel cuore lacerano, ma li adoro. Li proteggo dal vento e li conficco nella notte e nel dolore cosi la sua ferita illumina le stelle, trasforma il presente nel futuro più caro alla mia anima. Qualche volta dimentico quando i nostri occhi si incontrano che una volta eravamo insieme, dietro le grate. Le tue parole erano una canzone che io tentavo di cantare ancora, ma la sofferenza si era posata sulle fiorenti labbra. Le tue parole come una rondine volarono via da casa mia volarono anche la nostra porta e la soglia autunnale inseguendoti, dove si dirigono le passioni …. I nostri specchi si sono infranti la tristezza ha compiuto 2000 anni, abbiamo raccolto le schegge dal suono e abbiamo imparato a piangere la patria. La pianteremo insieme, nel petto di una chitarra; la suoneremo sui tetti della diaspora alla luna sfigurata ed ai sassi. Ma ho dimenticato, oh la voce è sconosciuta! Ho dimenticato, è stata la tua partenza ad arrugginire la chitarra? o è stato il mio silenzio? Ti ho vista ieri al porto viaggiatore senza provviste … senza famiglia. Sono corso da te come un orfano chiedendo alla saggezza degli antenati: perché trascinare il giardino verde in prigione, in esilio, verso il porto se rimane, malgrado il viaggio, l’odore del sale e dello struggimento, sempre verde? Ho scritto sulla mia agenda: amo l’arancio e odio il porto, ho aggiunto sulla mia agenda: al porto mi fermai la vita aveva gli occhi dell'inverno, avevamo le bucce dell’arancio e dietro di me la sabbia era infinita! Giuro, tesserò per te un fazzoletto per le tue ciglia scolpirò poesie per i tuoi occhi con le parole più dolci del miele scriverò “sei palestinese e lo rimarrai” Palestinesi sono i tuoi occhi, il tuo tatuaggio Palestinesi sono il tuo nome, i tuoi sogni i tuoi pensieri e la tua kefia. Palestinesi sono i tuoi piedi, la tua sembianza le tue parole e la tua voce. Palestinese vivi e palestinese morirai.

Analisi della poesia

In Innamorato della Palestina, Mahmoud Darwish costruisce una delle sue immagini più potenti: la patria come corpo amato. La poesia si apre con un verso durissimo e tenerissimo insieme: “I tuoi occhi sono una spina nel cuore”. Gli occhi feriscono, lacerano, provocano dolore; eppure il poeta li adora, li protegge, li custodisce. Fin dall’inizio, dunque, l’amore non è consolazione, ma ferita necessaria: qualcosa che fa male proprio perché è impossibile da cancellare.

Darwish si rivolge subito alla Palestina con il linguaggio dell’amore. La terra natale non appare come un’idea astratta, una bandiera o un semplice luogo geografico, ma come una presenza viva, quasi fisica. È una figura amata, ma anche una patria perduta; è desiderio individuale, ma anche appartenenza collettiva. Per questo la poesia tiene insieme continuamente due piani: quello intimo, più sentimentale, e quello storico dell’esilio.

Nei versi successivi compaiono immagini di prigionia, diaspora, porto, viaggio, lontananza. La Palestina è qualcosa da cui si è stati strappati, che però continua a restare addosso. Il poeta parla di grate, di esilio, di tetti della diaspora, di una chitarra arrugginita: sono immagini che trasformano la perdita in canto senza addolcirla. La poesia non cancella il dolore; lo attraversa, lo rende dicibile, gli dà una forma.

Molto forte è anche il passaggio in cui Darwish scrive: “abbiamo imparato a piangere la patria”. Qui la patria è una ferita condivisa, qualcosa che si eredita e si trasmette. La tristezza sembra avere una profondità millenaria, come se il dolore personale del poeta appartenesse a una storia molto più lunga di lui.

Il porto e l’arancio, poi, diventano due simboli opposti. Il porto richiama la partenza, l’esilio, la separazione, la vita sospesa di chi deve lasciare la propria terra. L’arancio, invece, conserva il legame con la casa, con la luce mediterranea, con una memoria concreta e sensoriale. Non è un simbolo generico: è odore, colore, materia viva. Anche lontano, anche nel viaggio, resta qualcosa che continua a essere “verde”.

Nel finale, la poesia diventa dichiarazione di appartenenza. “Palestinesi sono i tuoi occhi”, scrive Darwish, e poi il tatuaggio, il nome, i sogni, la kefia, la voce. Tutto il corpo della figura amata viene nominato come palestinese. L’identità non è più soltanto politica o territoriale: passa attraverso i gesti, il volto, le parole, persino il modo di vivere e di morire.

È qui che si comprende la forza del testo: Darwish non separa amore e storia. La Palestina è amata come si ama una persona, ma proprio per questo non può essere ridotta a un concetto. È ferita, memoria, corpo, lingua, promessa.

Sketch di Mahmoud Darwish

Poeta

Mahmoud Darwish

Vai alla pagina →

Mahmoud Darwish nasce nel 1941 ad al-Birwa, un villaggio della Galilea, nel distretto di Acri. Nel 1948, durante la guerra arabo-israeliana, il villaggio viene distrutto e la famiglia fugge in Libano. Rientra clandestinamente l’anno successivo, ma la casa non esiste più: Darwish cresce così nella condizione paradossale di chi è tornato nella propria terra senza poterla abitare pienamente. Da ragazzo studia, legge poesia araba e comincia presto a scrivere. Negli anni Sessanta lavora come giornalista e si avvicina agli ambienti del Partito comunista israeliano, uno dei pochi spazi politici in cui gli arabi palestinesi cittadini di Israele potevano trovare una forma di espressione pubblica. Per la sua attività politica e per i suoi testi viene più volte arrestato o sottoposto a restrizioni di movimento. La notorietà arriva molto presto, soprattutto con Carta d’identità , pubblicata in Foglie d’ulivo e poi diffusasi enormemente dopo una lettura pubblica a Nazareth nel 1965. Da quel momento Darwish diventa una delle voci più riconoscibili della poesia palestinese di resistenza, letto e ascoltato ben oltre i confini della Palestina. Tra il 1970 e il 1971 lascia Israele, passa da Mosca e poi dal Cairo. Da lì comincia una lunga vita di spostamenti ed esili: Beirut, Tunisi, Parigi, Amman, Ramallah. La sua biografia finisce per coincidere con molte delle tappe decisive della storia palestinese del secondo Novecento. A Beirut vive gli anni più intensi della militanza culturale e politica. Entra nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, dirige riviste, partecipa al dibattito intellettuale arabo e assiste all’assedio israeliano della città nel 1982, esperienza che segnerà profondamente Una memoria per l’oblio . Pur essendo vicino alla causa palestinese, Darwish resterà sempre più grande della propaganda: un poeta legato alla storia, ma non riducibile a una voce ufficiale. Nel 1988 scrive il testo della Dichiarazione d’indipendenza palestinese, proclamata ad Algeri. In seguito si allontana dalla leadership dell’OLP, anche in dissenso rispetto agli accordi di Oslo, e continua a vivere tra esilio e ritorni parziali. Negli anni Novanta può rientrare a Ramallah, ma la sua condizione resta quella di chi appartiene a un luogo senza poterlo mai possedere davvero. Tra le sue opere più importanti si ricordano Foglie d’ulivo , Innamorato della Palestina , Diario di ordinaria tristezza , Una memoria per l’oblio , Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? , Il letto della straniera e Murale . Muore nel 2008 a Houston, dopo un intervento al cuore, e viene sepolto a Ramallah. La sua vita attraversa villaggi cancellati, frontiere, carceri, redazioni, capitali arabe, esili europei, ritorni incompleti. Prima ancora che un simbolo, Darwish è stato un uomo costretto a trasformare la perdita di una casa in una lingua abitabile: una biografia segnata dalla storia, capace di non farsi consumare interamente da essa.

Questa poesia appartiene a