Bestia di gioia · Einaudi · 2010




In Mio vero, Mariangela Gualtieri porta la poesia in uno dei suoi territori più riconoscibili: quello in cui la parola diventa voce, respiro, presenza fisica. Poetessa e voce fondatrice del Teatro Valdoca, Gualtieri ha sempre cercato un linguaggio capace di unire corpo e spirito, materia e invocazione, fragilità quotidiana e tensione verso qualcosa di più grande.
La sua poesia nasce spesso da un ascolto profondo. Il verso non è soltanto qualcosa da leggere, ma qualcosa che sembra chiedere di essere pronunciato, detto ad alta voce, attraversato dal fiato. Anche in questi versi si avverte questa dimensione orale e quasi rituale: la parola non descrive semplicemente un sentimento, ma prova a creare uno spazio di attenzione, di cura, di vicinanza.
Al centro della poesia c’è un’esortazione semplice e potentissima: “Sii dolce con me”. Una frase che potrebbe sembrare soltanto amorosa, privata, rivolta a una persona precisa. In realtà, nei versi di Gualtieri, questa richiesta si allarga fino a diventare una piccola etica dello stare al mondo. La dolcezza non è debolezza, né sentimentalismo: è una forma radicale di attenzione verso ciò che è fragile.
La poesia ricorda quanto sia breve e vulnerabile il nostro passaggio sulla terra. I corpi, i gesti, le mani, le guance, le carezze appartengono a una dimensione minima e quotidiana, ma proprio per questo diventano assoluti. Sono cose semplici, quasi domestiche, eppure un giorno potrebbero essere ciò che rimpiangeremo di più dell’umano: il contatto, la tenerezza, la possibilità di toccare ed essere toccati senza ferire.
In questo senso, Mio vero non parla soltanto d’amore. Parla del modo in cui dovremmo avvicinarci a ogni creatura vivente: con delicatezza, con misura, con gratitudine. La poesia invita a riconoscere che tutto ciò che vive è esposto, trema, può svanire. E proprio perché può svanire, merita cura.
La forza del testo sta nella sua apparente semplicità. Gualtieri non costruisce un discorso teorico sulla fragilità: la fa sentire attraverso immagini concrete, corporee, immediatamente riconoscibili. La dolcezza diventa così una forma di conoscenza: un modo per vedere meglio l’altro, per non consumarlo, per non trattarlo come qualcosa di scontato.

Poetessa
Mariangela Gualtieri nasce a Cesena nel 1951. Poetessa, drammaturga e scrittrice, è una delle voci più amate della poesia italiana contemporanea, capace di unire parola poetica, oralità, teatro e presenza fisica della voce. Laureata in Architettura allo IUAV di Venezia, nel 1983 fondò insieme a Cesare Ronconi il Teatro Valdoca, di cui è drammaturga e voce recitante. Fin dall’inizio la sua ricerca ha lavorato sul rapporto tra poesia e scena: il verso non resta solo sulla pagina, ma diventa respiro, suono, corpo, rito condiviso. La sua poesia è attraversata da gratitudine, creaturalità, paura, meraviglia, dolore e invocazione. Nei suoi testi la parola cerca spesso una forma di riparazione: guarda il mondo ferito, gli esseri viventi, il mistero dell’esistere, e prova a restituire attenzione alle cose più elementari. Tra le sue opere si ricordano “Antenata”, “Fuoco centrale e altre poesie per il teatro”, “Bestia di gioia”, “Le giovani parole” e “Quando non morivo”. Gualtieri resta una voce molto riconoscibile perché ha riportato la poesia vicino alla sua origine orale: una parola detta ad alta voce, semplice e solenne, capace di parlare al presente senza perdere profondità.
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